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Mercoledì, 13 Dicembre 2017

Turismo

1. INTRODUZIONE


Secondo il mito Fondi sorge nel luogo in cui Ercole, il semidio figlio di Giove, aveva sconfitto Caco, mostruoso predone generato da Vulcano, che gli aveva rubato il bestiame con cui era in viaggio. Per celebrare il successo dell’eroe e la liberazione dalla minaccia di Caco, gli Ausoni, gente abilissima nel lavoro dei campi, eressero un tempio intorno al quale costruirono un villaggio e stabilirono un confine per i loro poderi. E il termine latino per i poderi o gli spazi coltivati all’interno di un incolto era “fundus”, al plurale “fundi”. Oggi Fondi. Il nucleo urbano di Fondi è situato nell’omonima piana a metà strada tra Roma e Napoli, distesa ai piedi dei monti Aurunci e Ausoni che la chiudono su tre lati e aperta a sud verso il Mar Tirreno. I rilievi circostanti, culminanti nel Monte delle Fate e nel Monte Calvilli alimentano le falde idriche della piana, che risulta ricchissima di acqua, come testimonia la presenza di oltre venti sorgenti e tre laghi: il lago di Fondi (Monumento naturale ora compreso nell’area del Parco Regionale dei Monti Ausoni e Lago di Fondi), il lago Lungo e il lago San Puoto. In età preromana il territorio di Fondi era abitato dagli Aurunci e successivamente fu occupato dai Volsci. Di “Fundi” si parla già nell’anno 338 a.C. al tempo della guerra latina. In tempi successivi ebbe la cittadinanza romana senza suffragio, per poi vedersi riconosciuti i diritti nel 188 a.C. Fondi è inoltre menzionata nelle fonti antiche per la sua importante produzione vinicola, ed in particolare per il prestigioso Cecubo, un vino bianco liquoroso che fu esaltato in poesia da Orazio e Marziale e descritto da Plinio il Vecchio come uno dei migliori vini dell’epoca. L’impianto del centro storico presenta il classico schema romano a due assi ortogonali (decumano e cardine), racchiuso in una cerchia quadrangolare di mura, di cui sono visibili ampi tratti in opus poligonale e in incertum, integrate da torri di epoca successiva. Il decumano principale coincide con il tratto urbano della via Appia, proveniente da Terracina e diretta a Itri, mentre l’antico foro corrisponde all'attuale piazza della Repubblica, dove sorge la chiesa di Santa Maria. L’importanza di Fondi in età antica è stata determinata anche dalla costruzione della via Appia, iniziata nel 312 a.C. La sua funzione di valido presidio sui confini del territorio romano fu ripresa in epoca medievale, quando la città venne associata ai patrimonia ecclesiastici e al ducato di Gaeta: questa zona del sud pontino divenne infatti particolarmente rilevante in quel periodo, in funzione degli alterni rapporti tra Stato Pontificio e Regno di Napoli (di cui era parte). La contea di Fondi fu possesso prima della famiglia Dell’Aquila, di origine normanna, e quindi (1299) dei Caetani, che ne fecero per circa due secoli il centro della loro influenza e la sede di uno sviluppo artistico di rilievo. Nel 1378 Onorato I Caetani vi riunì il conclave che elesse l'antipapa Clemente VII, in opposizione al legittimo pontefice Urbano VI, dando così origine allo Scisma d’Occidente. Passata in seguito sotto il dominio aragonese, venne concessa in feudo ai Colonna – sotto i quali conobbe un rinnovato periodo di splendore artistico e culturale grazie alla ricchezza della corte di Giulia Gonzaga, che vi si stabilì dal 1526 al 1534 – e infine ai di Sangro. La Gonzaga resse la contea di Fondi dal 1528, anno della morte del marito Vespasiano Colonna, circondandosi di dotti, artisti e poeti. Fuggì dalla città in seguito alla rovinosa incursione dei pirati della flotta turca capitanata da Kair-ed-Din, detto il Barbarossa, che secondo la tradizione avrebbe invano tentato di rapirla per recarla in dono al sultano Solimano “il Magnifico”.


2. CASTELLO CAETANI


Il Castello Caetani, monumento notevole sia per imponenza che per stato di conservazione, è il simbolo della città e rappresenta uno dei rari esempi in tutta Europa di fortezza costruita in pianura. Con i suoi 33 metri di altezza domina imponente tutta la Piana, ammirabile dal suo ampio terrazzo. E’ composto da un magnifico mastio o torrione rotondo (elevato a torre di osservazione e in seguito adattata ad opera di difesa) - accuratamente costruito con pietre di taglio, con merlatura sostenuta da mensole in aggetto che s'innalza grandioso sopra una torre quadra, la cui base è formata da grossi blocchi di pietra squadrata - e dalla rocca con le alte torri cilindriche agli angoli, costruite con pietrame irregolare. Queste ultime sono caratterizzate dall’orlatura con “piombatoie” che permetteva ai difensori di essere protetti anche quando erano costretti a lanciare in verticale qualsiasi tipo di proiettile o strumento di offesa contro gli assalitori. La costruzione della rocca si fa risalire al 1319, insieme con la ristrutturazione della cinta muraria della città realizzata da Roffredo III Caetani che voleva farne il centro della sua signoria. Contestualmente ad esso fu eretto il Palazzo Caetani, utilizzato come elegante abitazione, che venne collegato direttamente al castello con un ponticello in legno. La famiglia Caetani ebbe un ruolo rilevante nella città. Fu infatti sotto la protezione di Onorato I Caetani che nel 1378 venne eletto a Fondi l'antipapa Clemente VII (Scisma d’Occidente). Nel 1504 il ducato passò ai Colonna e poi ai Gonzaga. Importante è la figura della contessa Giulia Gonzaga (cantata dall'Ariosto nell’Orlando Furioso), vedova di Vespasiano Colonna conte di Fondi, che fece del suo palazzo un importante ritrovo culturale tanto che in età Rinascimentale Fondi venne ribattezzata “la piccola Atene”. La fama della sua bellezza raggiunse il corsaro saraceno Kair-ed-Din, detto il Barbarossa, che progettò il suo rapimento per farne dono al sultano Solimano “il Magnifico”. La leggenda vuole che Giulia, avvertita in tempo, sia fuggita attraverso il sotterraneo che si troverebbe nello stesso castello.


3. MUSEO CIVICO


Inaugurato nel Luglio del 1997, il Museo Civico ha sede al piano terra della rocca e si articola in due sezioni: quella epigrafica romana e quella medievale e moderna. Nella prima possiamo trovare materiale archeologico di vario genere, come frammenti architettonici, epigrafi, colonne miliari, urnette funebri, rilievi appartenenti a sepolcri monumentali; nella seconda oltre agli stemmi delle casate dell’Aquila, Caetani e Colonna, che hanno caratterizzato per secoli la storia della città, spicca il raffinato rilievo in alabastro di Domenico Gagini, padre dei celebri Giovanni e Antonello, raffigurante la “Madonna col bambino” (1458). Numerosi sono i reperti di interesse storico ed artistico rinvenuti nel territorio di Fondi in diverse epoche: un busto colossale notevolissimo di Augusto dai tratti fortemente idealizzati (ritrovato nel 1936 ed ora conservato nel Museo Nazionale di Napoli); un busto giovanile di Cesare Augusto (ritrovato nel 2005 e provvisoriamente custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga); un ritratto virile, che si dubita possa essere di Giulio Cesare; una statuetta di fanciulla romana in veste di Diana; alcuni torsi virili; una testa di caprone; diversi marmi tra cui un’ara circolare, un puteale marmoreo, un'urna cineraria, e un certo numero di blocchi architettonici (della lunghezza complessiva di oltre 10 metri) appartenenti a un epistilio marmoreo monumentale, adorni di un fine fregio con fiori d'acanto e palmette unite da girali.

4. PALAZZO CAETANI


Il Palazzo Caetani, detto anche Palazzo del Principe, è un notevole esempio di architettura rinascimentale “mediterranea” e, come si deduce dal nome, fu la dimora abituale del feudatario, ovvero dei Caetani, e dei Colonna-Gonzaga. Forse, insieme con il castello, la sua costruzione ebbe inizio con la prima vera signoria della città, assunta dalla famiglia Dell’Aquila. Si deve ad essa, infatti, se dopo l’anno Mille Fondi comincia ad acquistare di nuovo le sembianze di una città ed un ruolo politico-economico di rilievo nel circondario. I Caetani continuarono il disegno dei Dell’Aquila fino a far risplendere di monumenti e di arte la città. Anche in virtù del fermento culturale che la animò sotto il governo di Giulia Gonzaga, Fondi si fregiò della definizione di “Piccola Atene d’Italia”. Il Palazzo, parzialmente restaurato, presenta elementi architettonici distinti: una porta nettamente di stile angioino durazzesco, come se ne vedono esempi nella città e nel quartiere medievale di Gaeta, e un loggiato ogivale nel primo piano (con altra loggia al secondo piano), al quale si accede con una scala esterna dal pittoresco cortile. Ma la parte più caratteristica della residenza è costituita dalla fantasiosa decorazione delle eleganti finestre monofore e bifore, due interne nel cortile e due esterne (in parte danneggiate nel corso del secondo conflitto mondiale), formate nella parte superiore da una lastra di pietra tenera, lavorata a traforo così da sembrare un ricchissimo ricamo, un pannello intagliato. Onorato II, acquisita dopo l’invasione angioina (1464) notevole potenza e ricchezza, volendo rendere la residenza più consona al suo nuovo stato, chiamò da Napoli o da Gaeta maestranze e artisti forestieri. Si attribuisce appunto al catalano Matteo Forcimanya la nuova squisita eleganza di linee e di ornamenti, magnifico esempio di arte italo-catalana che si manifesta anche in alcuni edifici di Gaeta, Sessa, Carinola e Capua. L'epoca della ricostruzione del palazzo si può fissare con certezza al periodo 1466-1477. Infatti Ferrante I concesse al conte di Fondi nel 1466 il privilegio di portare il cognome e lo stemma di casa d'Aragona, così le armi dei Caetani unitamente a quelle aragonesi figuravano nei camini e nei rosoni delle volte. L’edificio, che formava parte della cinta fortificata di cui sono ancora visibili i resti sulla strada di circonvallazione, risulta ricostruito sulle antiche mura e nell'area compresa tra la cinta castellana e la chiesa di S. Pietro. Rocca e Palazzo erano uniti dall’arco che costituiva la porta della città verso Napoli e da un ponte ligneo, come si evince dall’Annunciazione dipinta da Cristoforo Scacco nel 1499 (ora custodita nell’adiacente Duomo di S. Pietro). All’interno, il Palazzo doveva essere ricco di affreschi e decorazioni. Le catastrofiche vicende cui andò incontro nei secoli cancellarono gran parte delle testimonianze artistiche. Sono rimasti, comunque, dei lacerti di affreschi in alcuni ambienti che rivelano una mano d’artista molto raffinato.


5. TERME ROMANE


L’edificio termale venne alla luce nel 1964 durante l'asportazione delle macerie della chiesa di S. Rocco, danneggiata da un bombardamento aereo nel corso del secondo conflitto mondiale. La chiesa, costruita nel 1503 e in seguito ridotta in cattivo stato, fu restaurata ed ampliata nel corso del XIX sec. L’area fu oggetto di uno scavo parziale curato dalla Soprintendenza archeologica per il Lazio. Nell’edificio romano, sito sull’attuale viale Vittorio Emanuele III, furono individuate varie fasi, dalla prima età imperiale (fine I sec. a.C.) al IV sec d.C. quando fu realizzato un mosaico a tessere bianche e nere in parte ancora in situ. A causa della ristrettezza dell’area in cui è stato compiuto lo scavo, che ha comunque reso possibile l'individuazione del calidarium (bagno caldo) e del tepidarium (bagno tiepido), non è facile capire se l'impianto messo in luce apparteneva ad un balneum vero e proprio oppure ad una villa suburbana. Tuttavia le piccole dimensioni degli ambienti e il fatto che i marmi usati, rinvenuti durante lo scavo, siano tutti di grande qualità e provengano da cave private, fanno ritenere che si tratti di terme appartenenti ad una importante villa imperiale.


6. CHIESA E CHIOSTRO DI SAN FRANCESCO D'ASSISI


La chiesa e l’attiguo convento di San Francesco in Fondi furono costruiti da Onorato I Caetani nel 1363 circa, sul luogo di un più antico e modesto complesso, edificato dai primi frati francescani giunti a Fondi. Il convento e la chiesa furono restaurati dal conte Onorato II Caetani, come attesta l’iscrizione posta sull’architrave del portale d’ingresso alla chiesa, tanto che la prescelse come sua ultima dimora. Fin dal 1466 il complesso monumentale appartenne ai Frati Minori Osservanti della provincia di Napoli. Venne perduto una prima volta durante il Decennio francese. Riaperto nel 1843, fu chiuso di nuovo nel 1866. I frati vi ritornarono nel 1881 ma vi rimasero per poco tempo. L’intero complesso fu gravemente danneggiato durante l’ultimo conflitto mondiale. Nel 1960, non ancora riaperta al culto, il regista Vittorio De Sica vi girò le scene della violenza subita da Cesira e Rosetta - impersonate da Sophia Loren ed Eleonora Brown - nel film “La ciociara”, ispirato all’omonimo romanzo di Alberto Moravia, alla cui stesura lo scrittore lavorò essendosi rifugiato per alcuni mesi sulle colline di Fondi durante il secondo conflitto mondiale. Attualmente vi risiede una comunità religiosa responsabile della chiesa conventuale che dal 1968 è divenuta parrocchia. Preceduta da un ampio porticato con archi acuti e a tutto sesto, gli interni dell’ex convento e della chiesa riflettono le epoche medievali e rinascimentali. Da ammirare le vetrate istoriate che raffigurano la storia del poverello di Assisi, realizzate nella seconda metà del sec. XX dal frate minore P. Giorgio Ascione. La chiesa di San Francesco è situata in piazza IV Novembre, poco lontana dal centro storico, che costituiva l’antica città romana. Il complesso del convento risalirebbe all’incirca al Duecento. L’interno della chiesa è costituito da due navate in stile gotico con influssi romanici e tra le lapidi infisse nel muro divisorio delle due navate si può notare il bassorilievo funerario a finestra (III - IV sec. d.C.) rappresentante la “coniuctio dextrarum”, la congiunzione delle destre, in segno di eterna fedeltà, cioè di matrimonio sintetizzato nel diritto romano, nella formula “ubi tu Gaius ego Gaia”. Notevole è il coro moderno, costituito da tredici stalli ogivali in sintonia con la chiesa, che ci ricordano l’ultima cena. Il convento, restaurato nel 1946, è preceduto da un ampio porticato con archi a tutto sesto. L’edificio è strutturato intorno ad un luminoso chiostro in stile ogivale, con volte a crociera sorrette da pilastri ottagonali in pietra piperina, culminanti in capitelli a foglie di palma.


7. MUNICIPIO E PIAZZA ALCIDE DE GASPERI – TEATRO ALL'APERTO


Inserita in un ampio progetto di riqualificazione di un’area interamente pedonalizzata – comprendente piazza Unità d’Italia, viale Vittorio Emanuele III, piazza IV Novembre e piazza Alcide De Gasperi – la nuova Casa comunale, inaugurata nel 2009, ha consentito la centralizzazione degli uffici municipali. Dotata di ampio parcheggio interrato, è contornata da un’area di verde pubblico. Ultimata nel 2011, la nuova piazza Alcide De Gasperi si inserisce nel contesto urbano preesistente. Il Teatro all’aperto di nuova realizzazione può accogliere 2.500 persone ed è contornato da un giardino pensile con essenze mediterranee. Al suo interno trova collocazione il monumento ai Caduti con il mosaico ad opera del M° Domenico Purificato, inaugurato il 4 Novembre 1970.


8. CHIESA DI SANTA MARIA - SANTUARIO DELLA MADONNA DEL CIELO


Camminando su Corso Appio Claudio – Decumanus Maximus (strada principale), l’antica strada lastricata romana che collega il complesso dei Caetani con il foro in Piazza della Repubblica – si arriva alla Chiesa di Santa Maria. Dopo il castello è senz’altro il monumento più caro alla città. La ragione è semplice: è situata nel cuore del centro storico, dove da sempre si svolge la vita del paese. E’ una delle presenze architettoniche più significative non solo di Fondi, ma di tutto il sud pontino e ha da poco festeggiato il suo 500° compleanno. Fu voluta fortemente da Onorato II Caetani, che si fece eternare nella statua della lunetta sul portale d’ingresso, insieme con S. Caterina d’Alessandria e la Madonna con il Bambino. Il portale centrale è di stile classico, con stipiti e architrave di marmo bianco finemente scolpiti con motivi floreali e con gli stemmi dei Gaetani d’Aragona. Architettonicamente è l’ultima testimonianza di una contea che di lì a poco avrebbe subito i duri colpi dei pirati Saraceni, ma soprattutto della malaria e dell’incuria dei feudatari. L’imponenza architettonica della struttura è messa in rilievo da una larga scalinata e da un falso podio. È questo un primo riferimento alle origini della città, dove all’epoca i templi sorgevano appunto su un podio ed erano accessibili mediante scalinate. La civiltà romana è esemplificata nel campanile che scavalca via Onorato II. La base della torre campanara è un fornice, l’elemento architettonico tipicamente romano. Dall’epigrafe collocata in alto a sinistra del portale principale si evince che il tempio dedicato alla Beata Vergine Maria fu eretto a proprie spese dal conte di Fondi Onorato II Gaetani d’Aragona nel 1490. Sulla stessa area sorgeva una chiesa molto modesta, completamente distrutta per far luogo alla Collegiata a croce latina con 6 ingressi (3 principali e 3 secondari). L’interno presenta tre ampie navate, divise da pilastri in pietra locale e quadrati. Al di là del transetto si aprono tre absidi, abbellite da cornici e da costoloni in pietra piperina. Addossati ai due pilastri finali si ergono due pulpiti gemelli, semplici ma d’impatto. L’altare interamente di marmo era del 1507. Il pavimento fu ristrutturato nel 1990 per volere del parroco don Giulio Peppe. Nel passato, dal pavimento dell’abside si approdava alla sottostante cripta riservata al clero defunto. Ora l’accesso è chiuso da una lastra marmorea rettangolare, sul cui piano è scolpita in bassorilievo la figura di un vescovo vestito con i paramenti rituali del XV sec., calice in mano, disteso sul letto di morte e col capo poggiato su un cuscino. Vero capolavoro è, poi, il Tabernacolo nel transetto di sinistra. La chiesa di S. Maria Assunta custodisce inoltre una veneratissima statua lignea della Madonna del Cielo, di scuola barocca napoletana. Realizzata nel 1613 da G.B. Amato, fu ricavata da un tronco di ulivo e poi dorata. Molti sono i presagi che le sono stati attribuiti. Viene portata in processione ogni 25 anni o in casi eccezionali. La Collegiata, infine, conserva capolavori pittorici che testimoniano la vivacità artistica della città nei secoli: un polittico raffigurante una Natività, dipinto tra il 1460 ed il 1470 da Giovanni da Gaeta, ed una Pietà - databile allo stesso periodo - realizzata dal medesimo artista.


9. MONASTERO DELLE BENEDETTINE


Nell’attuale piazzale delle Benedettine sorgeva un complesso composto da un Monastero abitato da monache dell’ordine Benedettino. Esso fu edificato nel XVII secolo. Di quest’ampia struttura è rimasto solo un pronao di quella che fu la chiesa di San Sebastiano datata al 1140 e su cui campeggia lo stemma dei Caetani dell’Aquila. La costruzione dell’adiacente monastero femminile iniziò nel 1589. Precedentemente la comunità di religiose aveva avuto la sua sede sulla collina di Monte Vago a pochi chilometri dal centro della città. Nell’Ottocento, soppresso l’ordine, le suore ottennero di restare nell’edificio fino all’estinzione della loro comunità, ovvero fino agli inizi del Novecento. Nel tempo la struttura fu adibita ad asilo infantile, scuola e a ricovero per famiglie non abbienti, fino a quando non si verificò una serie di crolli che portò nel 1969 all’abbattimento delle strutture fatiscenti dell’intero complesso, ad esclusione del suddetto vestibolo di accesso alla chiesa.



10. LA GIUDEA


Il quartiere dell’Olmo Perino fu sede per lunghi secoli di una comunità ebraica stanziatasi nella città prima dell’avvento del Cristianesimo. L’assoluta mancanza di chiese o di tracce di edifici sacri cristiani nel quartiere è una delle testimonianze più reali dell’antichità della comunità ebraica a Fondi. Presenza che, nei secoli, venne rispettata. Infatti le due comunità erano talmente integrate che nessun elemento lascia pensare a intolleranze o persecuzioni. Caratteristica importante dell’insediamento abitativo denominato “La Giudea” sono le scale esterne delle abitazioni, tutte rivolte verso un comune punto: la Sinagoga. L’edificio è stato riconosciuto quale luogo di culto e di scuola dal professore Elio Toaff, rabbino capo di Roma, e da altri studiosi, che sul portale di sinistra hanno trovato il segno inconfondibile della “mezzuzah”: scheggiatura nella quale si appendeva il rotolino delle preghiere di benvenuto nella casa. La Sinagoga era anche il centro politico, amministrativo e culturale della comunità. Il quartiere viveva una sua vita autonoma, mantenendo religione, tradizione, usi e costumi propri. Molto probabilmente sono stati gli Ebrei a coltivare per primi l’arancio nella piana di Fondi. L’attività più fiorente all’epoca dell’insediamento ebraico era quella artigianale, in primis la lavorazione della stoffa. Laboratori tessili sono senz’altro gli ambienti al pian terreno che ancora si notano all’interno del cortiletto della “Giudea”. Gli ebrei residenti a Fondi si occupavano anche di oreficeria e forse di tipografia. Probabilmente avevano anche un banco di pegni. Tanta ricchezza materiale e spirituale avrà i suoi effetti nella raffinata, colta e fastosa corte della contessa Giulia Gonzaga - Colonna. L’incursione del pirata “Barbarossa” (1534) causò la distruzione di case, monumenti ed archivi. La città fu poi flagellata da peste ed epidemie varie, divenendo quasi inabitata. Nei decenni successivi Fondi si ripopolò lentamente, ma gli ebrei non ritornarono più a ricostruire la loro potente e gloriosa comunità. La tradizione popolare ha dato vita, nel tempo, a numerose storie di spiriti che vagano negli ambienti della “Casa degli Spiriti” (la Sinagoga), con scricchiolii di pavimenti, grida notturne, folate di vento nelle stanze, rumori continui.


11. LA PORTELLA


La Portella, situata a nord della città, è a sesto ribassato posto sulle due estremità su solidi sostegni verticali. Formata da due stipiti, strutturati con blocchi bugnati a forma di parallelepipedo disposti orizzontalmente senza malta, è fiancheggiata infine da due torri quadrate. Il periodo di questa porzione di mura è IV-I secolo a.C. I rinfianchi in opus incertum presentano archetti e rientranze. È l'unica delle quattro porte costruite nel periodo sillano, all’interno del castrum, ad essere sopravvissuta. Ridotta dal tempo in pessime condizioni, è stata restaurata nel 2007. Un’iscrizione, originariamente posta sull’architrave della porta romana, ne ricordava la costruzione: “Gli Edili Lucio Nomistronio figlio di Lucio, Caio Lucio Deciano figlio di Marco, Runzio Messiano figlio di Lucio, per decreto del Senato curarono la costruzione delle mura, delle porte, delle torri e le collaudarono”.



12. CHIESA DI SAN MARTINO


Le strutture rinvenute durante il recente restauro della chiesa medievale di San Martino, risalente presumibilmente al XIII sec., costituiscono il peristilio di una domus romana situata nel settore orientale del centro storico. I lacerti di un mosaico pavimentale a minute tessere nere con inserimento di scaglie marmoree policrome, riquadrato da due fasce bianche intervallate da una nera, risalgono forse ai primi decenni del I sec. d.C. In età imperiale il livello pavimentale venne rialzato per ospitare un peristilio di quattro corridoi porticati intorno ad una zona centrale scoperta, a cui successivamente fu aggiunta una vasca di fontana. All’interno degli ambienti è stato rinvenuto un accurato sistema idraulico di canalette di adduzione e deflusso delle acque. È probabile che il peristilio abbia avuto continuità di vita dall'età augustea fino al III secolo d.C. Tra i materiali raccolti ci sono frammenti di un capitello corinzio, un’antefissa fittile a testa di Gorgone relativa alla decorazione del tetto, una porzione di statua femminile in marmo lunense, una colonnina in marmo sormontata da un vaso da cui fuoriusciva l’acqua della fontana, il frammento di un’iscrizione, vetri e pedine lenticolari, una bianca e una nera, usate in età romana in diversi giochi da tavolo.

13. VILLA CANTARANO


Il fondano Camillo Cantarano (1875 - 1961) fu magistrato e Senatore del Regno d’Italia. L’importanza della sua dimora non risiede tanto nel complesso architettonico dalla storia secolare, quanto nel suo giardino, che conserva un tratto delle mura di cinta della città rimasto quasi intatto, composto da due parti, differenti sia per quanto concerne la definizione cronologica che per la tecnica edilizia della costruzione. La prima fortificazione che delimita e racchiude la città viene costruita in opera poligonale presumibilmente negli anni immediatamente successivi al 338 a.C. quando Fundi, per aver permesso il passaggio dell’esercito romano nel proprio territorio durante la Guerra Latina, ottenne la cittadinanza romana senza il diritto di voto, pur privata di altri diritti politici attivi e passivi. Le mura diventano l’emblema della mutata situazione politica e manifestano la volontà della comunità di adeguarsi al nuovo status. Il primo tratto visibile nel giardino, a partire dall’angolo della torre, è in opera poligonale. La cinta, scandita da torri a pianta rettangolare, è destinata a racchiudere e delimitare la città per circa due secoli. Un momento storico che segna positivamente sia la vita politica che lo sviluppo istituzionale della città è il 188 a.C. quando Roma concede il diritto di voto a Fondi per la fedeltà dimostrata durante la Guerra Annibalica. Con la concessione del suffragio, Fondi diventa una città romana a tutti gli effetti, una comunità di cives optimo iure inquadrata nella tribù Aemilia. A questo periodo si può dunque datare l’opera di ristrutturazione e rinforzo del circuito murario primitivo, che deve aver ceduto nel corso del tempo a causa di scontri, saccheggi e attacchi nemici. Dalle testimonianze epigrafiche relative ai lavori eseguiti sulle mura, che vengono rifatte in opera incerta, si evince che nel programma messo a punto dagli edili - i magistrati locali che si occupano dei lavori - era inserita anche l’aggiunta di torri circolari e la costruzione di nuove porte. Nonostante in vari punti la cortina esterna dell'opera incerta si sia staccata, si riconosce ancora la fattura accurata e levigata della facciavista, al punto che in alcuni tratti si può anche parlare di opera quasi reticolata. All’angolo sud si conserva anche la torre circolare in cui per 4,50 mt. di altezza si riconosce l’opera incerta della costruzione romana mentre la restante parte è stata rialzata nel Medioevo e restaurata di recente. Al livello superiore, medievale, si riconoscono le feritoie lunghe e strette da cui si osservavano i movimenti dei nemici da più direzioni. Antistante la torre si conserva il bastione medievale e si riconosce anche parte della cinta medievale costruita ad una distanza di 5,40 mt. circa dalle mura romane.


14. EX CHIESA DI SAN BARTOLOMEO


Oltre porta Roma, appena fuori il castrum, vi sono i resti di un'antica chiesa dedicata alla Vergine Maria Annunziata, poi detta di San Bartolomeo. La sua origine risale a poco prima del 1363, come è riportato sul testamento di Onorato I Caetani. L’ingresso della chiesa era preceduto da un portico, crollato a seguito dei bombardamenti nel 1943, sorretto da due colonne ancora esistenti. Nella colonna a destra del piccolo porticato si legge un’iscrizione che ne ricorda la costruzione nel 1427. Sembra che alla chiesa fosse unito un orfanotrofio per le fanciulle abbandonate ed un ospedale interno. Nella parete di sinistra si conservava un magnifico dipinto che riproduceva l’incendio di Fondi e la fuga di Giulia Gonzaga. La chiesa, chiusa al culto e affittata come fienile, fu distrutta da un incendio nella notte del 6 Ottobre 1871. Oggi della struttura religiosa originale restano il rosone e la bifora sul retro, in fondo all’abside. L’edificio ora è di proprietà privata, usato come civile abitazione e per attività commerciali.


15. MURA CICLOPICHE


La cinta urbana di Fondi è il monumento antico più caratteristico della città, che è in genere in opera poligonale assai accurata. In gran parte della murazione non vi è tendenza alla regolarità della disposizione dei blocchi in file orizzontali, ma nonostante ciò essa è accuratissima; le facce dei blocchi sono levigate, non vi sono tra blocco e blocco spazi riempiti con scheggioni di risulta. La cinta muraria di Fondi si è mantenuta sino ad oggi nei limiti antichi pur essendo stata, la città, più volte incendiata, abbandonata e restaurata fin dal Medioevo. In età sillana si addivenne a una parziale ricostruzione di porte, torri e mura, come risulta da iscrizioni incorporate nelle mura stesse. Nella sua costruzione si possono cogliere varie fasi che testimoniano i tempi e le varie conquiste della scienza edilizia. Nella prima costruzione – le mura ciclopiche, di cui restano notevoli esempi lungo via degli Osci, dei Latini, la Portella – si può notare il primitivo insediamento diffuso e delimitato da mura formate da blocchi enormi, sovrapposti, senza malta e a scarpata, di una certa stabilità grazie all’enorme peso dei blocchi stessi. Secondo alcuni queste mura risalirebbero all’800-700 a.C. In una seconda fase troviamo l’opus poligonale con blocchi di almeno 5 lati che si incastrano fra loro fino a formare un reticolato difficilmente attaccabile (es. via Marconi). Anche in questo caso siamo in presenza di mura prive di malta. Questo tipo di costruzione fa supporre che essa possa risalire ad un’epoca anteriore al IV a. C. La terza fase delle mura è determinata dall’introduzione della malta, che proveniva dal Medio Oriente e giunse in Italia verso il III secolo a.C. Con la malta si ha una grande rivelazione in quanto con essa si potevano costruire, con piccoli blocchi lavorabili anche da un singolo costruttore, mura di enormi dimensioni molto più resistenti di quelle delle prime due fasi. Con la malta non occorrevano blocchi ciclopici, con il conseguente impiego di molte braccia di artigiani e macchine di sollevamento. Un singolo costruttore poteva procurarsi gli strumenti semplici e costruire edifici anche imponenti. Con la malta la tecnica edilizia raggiunse risultati che al tempo d’oggi sono stati superati solo dal cemento armato. Questa terza fase è presente in tutta la sua bellezza nel lato est delle mura in viale Regina Margherita e via Giulia Gonzaga. L’opus incertum e il reticulatum costituiscono la fase più evoluta; essi non hanno limiti di altezza o di larghezza; l’interno del muro è riempito con malta e scaglie della lavorazione dei blocchi ed è di eccezionale resistenza.


16. AUDITORIUM E CONVENTO DI SAN DOMENICO


Il convento, con l’annessa chiesa, fu donato secondo la tradizione al Patriarca San Domenico dai Benedettini nel 1215. Nulla sappiamo di certo sull’epoca della sua erezione, che risale a tempi antichissimi. Sappiamo però che fu restaurato dal Conte Ruggiero dell'Aquila, e poi nel 1466 il Conte Onorato Caetani II lo riedificò quasi dalle fondamenta, ampliandolo. Nella chiesa, come si rileva dalla lapide a destra di chi entra, è seppellito il fondano Giulio Camponesco, giovane guerriero fondano che militò sotto Prospero Colonna e fu compagno d’armi di Ettore Fieramosca. Dopo quello di San Domenico di Napoli, il convento di Fondi è il più antico del Napoletano, ed il Priore godeva del suffragio nell’elezione del Generale con onori di provinciale. Il complesso religioso ospitò per lungo tempo San Tommaso d’Aquino, che vi esercitò l’ufficio di lettore. Anche il Pontefice Benedetto XIII lo onorò della sua presenza quando nel 1727 si recò a Benevento per visitare la sua antica sede Arcivescovile. Il Pontefice, partito da Roma il 26 Marzo, uscendo da Terracina si fece precedere dal SS. Sacramento sino al confine. Qui il cardinale Abbattitiano, Vice Re di Napoli, accompagnato dal Vescovo di Fondi Antonio Carrara da Sora, lo ricevette nella sua carrozza sino a Fondi, dove la notte riposò nel convento come religioso di San Domenico. Vi si fermò ancora al ritorno, come pure nel primo di aprile del 1729, quando dovette transitare nuovamente per Fondi nel recarsi una seconda volta a Benevento. Nel convento si osservano ancora tre stanze abitate da San Tommaso d’Aquino, una dove dettava lezioni, un’altra dove egli dormiva e in cui si celebrava anche la messa, e la terza che era l’oratorio dove riposò il suo corpo dopo la morte del religioso. Nel giardino del convento esisteva fino al 1835 un albero di aranci con le radici in su, che la tradizione vuole piantato da San Tommaso e che offriva molti frutti. Poi si disseccò e il tronco fu dalla pietà dei fedeli conservato sotto l’altare, dove era il corpo del santo. L’illustre Prof. Orazio Comes (1848-1917), Direttore dell’Istituto Superiore Agrario di Portici, in una sua breve dimora in questa Città studiò minutamente quel resto del tronco e dopo serie riflessioni avvalorò la tesi dell’arbusto piantato con le radici in su, adducendo spiegazioni scientifiche. Nel medesimo giardino esiste tuttora il piccolo pozzo dove il Santo Dottore attingeva l’acqua, e che si vuole sia stato costruito per sua disposizione. Il 7 Marzo del 1274 San Tommaso morì a Fossanova. Il corpo dopo varie peripezie, per ordine di Urbano V, nel 1367 fu trasportato a Tolosa di Francia, nella chiesa dei Padri Domenicani, e ciò per porre fine alle gravi contese tra i monaci di Fossanova e i frati Domenicani di Fondi. Il complesso conventuale è oggetto da alcuni anni di un significativo intervento di ristrutturazione, che ha tra l’altro consentito di scoprire una chiesa al suo interno - Santa Maria Antiqua, dal 2007 dedicata a San Tommaso e riaperta al culto dopo quasi otto secoli - che conserva al suo interno alcuni affreschi medievali. A seguito del completo recupero la struttura ospiterà sale multimediali, spazi museali e culturali e attività didattiche.

17. CHIESA DI SAN PIETRO


Questa chiesa monumentale, a tre navate in stile gotico, vanta un’origine antichissima, risalente ai tempi apostolici. La tradizione vuole che fosse dapprima un antico tempio di Giove o una chiesuola edificata in quelle vicinanze dalla pietà dei primi cristiani convertiti dalla voce dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; successivamente, cresciuto il numero dei cristiani, San Paolino da Nola pensò di ampliarla convertendola in cattedrale che dedicò alla Vergine Madre di Dio. Sarebbe stato il conte di Fondi, Leone Caetani, pronipote del Pontefice Gelasio II, senatore di Roma, spinto dalla sua pietà e munificenza, a far ricostruire la chiesa che venne intitolata a S. Pietro e il 12 Dicembre 1638 fu consacrata dal vescovo Maurizio Rogano, come si legge nell’epigrafe posta alla sinistra del tempio. La facciata della chiesa, tutta di travertino scalpellato, è in stile rinascimentale, ed ha un portale ogivale intagliato. Il protiro è formato da due colonne poggianti sui leoni che sostengono l’architrave, sovrastato da una rosetta in stile normanno. Il mosaico della lunetta rappresenta l’episodio evangelico di Gesù che consegna le chiavi a San Pietro. Nel mezzo dell’architrave vi è un altro mosaico, raffigurante Gesù Cristo nell’orto del Getsemani. Entrambi sono stati realizzati dal M° Domenico Purificato. Sull’arco del portone, proprio sopra il cornicione che divide orizzontalmente la facciata grandeggia, in un’edicola gotica, la statua di S. Pietro opera di Arnolfo di Cambio (1240-1310 ca.) vestita di abiti pontificali col triregno sul capo in atto di benedire la città. Entrando, a destra vi è un’epigrafe che ricorda il fausto avvenimento del passaggio di Pio IX, accompagnato dal Re Ferdinando II, quando da Gaeta ritornava a Roma. Incorporato tra l'abside e la serie delle cappelle laterali in cornu epistolae, il campanile, risalente alla seconda metà del XIII secolo, si presenta, nella sua mistura di monofore romaniche a pieno centro, di bifore ad arco acuto, di bifore trilobate nello stesso piano, come un'opera architettonica inorganica. Nella sala capitolare si conserva il tronetto marmoreo, meglio conosciuto come la “sedia dell’antipapa” Clemente VII, lo svizzero Roberto da Ginevra eletto a Fondi da 13 cardinali francesi e italiani, protetti da Onorato I Caetani, il 20 settembre 1378 in contrapposizione ad Urbano VI. Su quel trono appunto Clemente VII prese la tiara dalle mani del conte di Fondi, determinando così il Grande Scisma d’Occidente. La Chiesa custodisce, tra gli altri, due splendidi dipinti: l’Annunciazione di Cristoforo Scacco (1499) e il trittico della Maestà con i SS. Pietro e Paolo di Antoniazzo Romano (1479). Sul fondo della navata centrale si eleva una Croce, in stile bizantino, raffigurante un Cristo dipinto su legno.

18. VISITATE ANCHE… - LAGO DI FONDI ED ALTRO


Fondi è ricca di gioielli architettonici e artistici di valore, degni di essere visitati. Fatta eccezione per gli edifici già indicati nei vari itinerari, quasi tutti nel castrum, ne esistono altri davvero interessanti al di fuori, quali la chiesa della Madonna del Soccorso da poco restaurata, l’ex chiesa di San Giovanni Gerosolimitano e la chiesa di S. Maria Romana (IX secolo) nella foresta demaniale di S. Arcangelo (in località Querce), con limitrofo orto botanico. Discostandoci dal nucleo urbano possiamo trovare anche il tracciato dell’antica via Appia, l’abbazia di San Magno e il santuario della Madonna della Rocca. Questa città non è solo splendida per i suoi antichi resti e testimonianze, ma ha davvero tanto da offrire anche dal punto di vista paesaggistico. Essa ha infatti un lago – il più grande dei laghi costieri del Lazio – dalla caratteristica forma a mezzaluna, collegato al mare tramite due canali, il Sant’Anastasia e il Canneto. Conosciuto nell’antichità col nome di Amyclanus (dal nome dell’antica città che sorgeva nelle sue vicinanze) il lago di Fondi, salmastro e dai bordi molto frastagliati, ha un perimetro di oltre 25 km ed una superficie di circa 4,5 km², con una profondità media di 9 mt. Ad incorniciare il lago si distendono circa 13 km di costa sabbiosa e dorata.

19. ABBAZIA DI SAN MAGNO


Ai piedi del Monte Arcano, a ridosso della sorgente che alimenta il fiume Licola, sorge l’abbazia di San Magno che con il suo profilo austero e maestoso domina il Campo Demetriano. Qui nel 522 d.C. circa Sant'Onorato volle fondare, insieme ad altri 2597 cristiani, al fine di perpetuare la memoria del martirio di San Magno, un complesso monastico comprendente la chiesa, una curtis (azienda agricola) per la funzione economica, il chiostro, il dormitorio e la mensa per i monaci. Il monastero di San Magno fu governato fino al 1072 dagli abati ordinari senza alcuna dipendenza, dopodiché fu donato all'abbazia di Montecassino da Gerardo, Console di Fondi. Nel sec. XV fu riedificata da Prospero Colonna. Secondo la tradizione popolare, il corpo di San Magno, in onore del quale erano stati eretti il monastero e la chiesa, riposò nella sua cripta fino all'anno 847 circa, quando fu sottratto dal tribuno Platone, il quale lo portò nella sua città, Veroli, e lo depose nella chiesa di S. Andrea. Qui vi rimase per 30 anni, poiché nel 877 con l'invasione della città di Veroli da parte dei Saraceni, il corpo del Santo, fu prelevato e venduto alla città di Anagni. Il ruolo dell'abbazia, non solo in senso religioso ma anche economico e sociale, è rilevante attraverso i secoli. Essa subì numerosi saccheggi e distruzioni ad opera dei barbari. I francesi nel 1798 demolirono alcuni locali del convento dopo averlo saccheggiato e lo lasciarono in balia degli “sciacalli”. Dopo un lunghissimo periodo di abbandono in cui raggiunse il massimo degrado, a causa delle intemperie e di usi impropri, l’abbazia è oggetto da alcuni anni di un imponente intervento di restauro e può essere visitata in tutta la sua bellezza. Nell’Alto Medioevo, sulla sommità del terrazzamento sul quale si appoggia (di epoca romana di opera incerta) fu impiantata una necropoli. Il sepolcreto consta di quindici fosse in parte visibili grazie al pavimento in vetro della chiesa inferiore. In seguito sulla platea fu costruita una chiesa destinata al culto cristiano; essa infatti era a croce latina, con una cripta sottostante al presbiterio accessibile da una scala che fu inglobata nella struttura medioevale successiva. La cripta fu costruita attorno ad un pozzetto che molto probabilmente conservava delle reliquie. L’abside ed il transetto sono decorati da affreschi del XII secolo che ripercorrono la vita di San Benedetto, anche se sotto di questi sono stati trovati altri affreschi datati all’XI secolo. Nella struttura sono ancora visibili le ultime fasi della vita del complesso con il mulino, che dopo secoli è tuttora in funzione, e le vasche per la lavorazione dell’olio. Anche sul monastero di San Magno esiste una “leggenda”. L’intera struttura è sormontata da un enorme masso di pietra che sembra sempre sul punto di cadere, anche se vi si trova dal VI secolo. Su questo masso, staccatosi dalla cima della montagna, pare che si sia posata la mano di Sant’Onorato, che ne evitò la caduta sul complesso monastico.

20. CHIESA DI SAN GIOVANNI GEROSOLIMITANO


Sulla via Appia, lato Roma, subito dopo l’incrocio per Lenola, si raggiunge la chiesa di San Giovanni Gerosolimitano. La chiesetta è citata in un antico documento del XIII sec., che testimonia l’esistenza di un piccolo tempio presso quella zona. Un trattato di pace del 1400 attesta che questa chiesa era da tempo in possesso dei Caetani. Nel 1599 l’edificio di culto, in buono stato di conservazione, apparteneva all’ordine religioso-militare dei frati Ospedalieri di San Giovanni Gerosolimitano, in seguito chiamati “Cavalieri di Malta”. La chiesetta ha una pianta rettangolare di circa 31x10 mt. e ad una sola navata divisa dal presbiterio con un arco. L’ingresso principale si trova sul lato dell’Appia. L’edificio possedeva un bel pulpito cosmatesco, risalente al 1286, ora nella chiesa di San Pietro, una piccola acquasantiera, due campane, oltre a beni immobili quali terreni, vigneti e abitazioni date in affitto. La chiesa fu costruita davanti al monumento funebre di epoca romana (databile al I secolo a.C.) attribuito all’edile fondano Gavio Nauta, realizzato con grossi blocchi in pietra, squadrati e sporgenti.

21. CHIESA DELLA MADONNA DEL SOCCORSO


Sulla chiesa della Madonna del Soccorso mancano dati certi in merito all'anno di fondazione. Verosimilmente essa esisteva già alla fine del XIV secolo, ma gli elementi architettonici non ne facilitano una precisa datazione. La prima menzione, tuttavia, risale al 1599 quando il vescovo di Fondi Giovanni Battista Comparini la visitò. La chiesa risulta in questo periodo di proprietà del Comune. Dalla relazione della visita pastorale si apprende che all’epoca la chiesa era circondata da pantani e paludi. Nel 1610 la chiesa risulta proprietà dei padri Gerolomini, ma entro breve tempo l’insalubrità delle vicine paludi costrinse i monaci ad abbandonare l’edificio religioso. La chiesa ha aspetto romanico rurale. Una facciata presenta due arcate ogivali sorrette al centro da un pilastro. L’ingresso è dall’arcata di destra. Il tetto è a spiovente. Sopra il tetto vi è un piccolo campanile. Nel retro vi è un altro ingresso con, sopra, un’altra arcata ogivale. L’interno è ad un’unica navata con arcate a tutto sesto. L’affresco nella sagrestia risale al XVII secolo ed è stato commissionato dal Comparini. Agli inizi del ‘600 vi erano nella chiesa opere oggi scomparse: due altari, un’acquasantiera, offerte votive, calici d’oro, drappi serici e due immagini della Madonna con Bambino, una in marmo ed una in alabastro, attribuite a Domenico Gagini, la seconda delle quali (databile al 1458) è ora conservata nel Museo Civico. Recentemente è stata recuperata una delle due campane della chiesa. Questa presenta un’iscrizione che la attribuiva a Onorato II Caetani (1451) ed è attualmente custodita nel Museo Civico.

22. APPIA ANTICA


La strada più importante della città di Fondi in epoca romana è appunto l’Appia, che collegava inizialmente Roma a Capua e fu successivamente prolungata fino a Brindisi. Questa strada attraversa dunque tutto il territorio fondano. Nel tratto dei Monti Aurunci tra Fondi e Formia la via, solo in parte ricalcata dalla strada moderna, conserva stupefacenti testimonianze della sua storia antica, con templi, ville, mausolei, ponti, tagli rupestri, grandiosi terrazzamenti in opera poligonale, magnifici tratti di lastricato di basalto, fontane, stazioni di servizio, miliari borbonici. La salita da Fondi è dominata da un santuario dedicato ad Apollo, che si sviluppa su colossali terrazzamenti di ultima età repubblicana. Oggi i 3 km di strada rimasti in disuso dalla fine dell’Ottocento fanno parte del Parco Regionale dei Monti Aurunci tra i comuni di Fondi e Itri. La via romana conserva per lunghi tratti il lastricato di basalto, rinnovato dall’imperatore Caracalla nel 216 d.C. Sono presenti, inoltre, magnifiche opere di terrazzamento sulla parete perpendicolare alla valle, in diverse opere poligonali che testimoniano i diversi interventi succedutisi per mantenerla in piena efficienza. Successivamente all’età antica, i principali interventi si devono a Perafán de Ribera, viceré di Napoli per conto di Filippo II re di Spagna, che nel 1568 rinnovò il lastricato e ricostruì i ponti, tra i quali è spettacolare quello sul fosso di S. Andrea, ora ricostruito dopo i danni dell’ultima guerra. Ferdinando IV di Borbone nel 1767-1768 rinnovò poi radicalmente la strada, imbrecciandola e adattando i marciapiedi laterali allo scolo delle acque piovane, rinnovando i ponti e il parapetto che ancora si vede su tutto il percorso. Spettacolari sono le rovine del santuario di Apollo a metà percorso, del quale restano colossali terrazzamenti in opera poligonale e in opera incerta, che si articolano per 205 mt. sulla fronte del fosso, eretti tra il IV e il I secolo a.C. L’edificio templare, rinnovato da Caracalla, ancora esisteva alla fine del VI sec., quando al suo interno fu eretta la cappella dedicata a S. Andrea Apostolo, della quale rimane il nome alla valle e al forte che in età napoleonica fu eretto sul sito. In questa zona è possibile notare una stazione di sosta del I sec. a.C. con una cisterna in opera incerta. Il tracciato dell’antica via Appia corrisponde ad un tratto della via Francigena del Sud, percorsa sin dal Medioevo dai pellegrini che si dirigevano verso la Terrasanta o che dal meridione d’Italia raggiungevano Roma.

23. TEMPIO DI ISIDE


Ad un chilometro da Fondi, camminando sulla via Appia in direzione Itri si nota sul lato sinistro a fianco di un muro reticolato romano, una carreggiata che conduce alla cima della collina chiamata Monte Vago, o “Tirozzo”. Sulla cresta si nota uno dei resti più superbi dell'architettura romana in questa zona. Infatti sorgeva sul colle, sopra una magnifica base di muro composto di enormi blocchi calcarei squadrati e lavorati a bugne grezze, un tempio che la tradizione vuole dedicato a Iside, divinità egiziana fecondatrice della terra. Nel mezzo di questo spazioso quadrato si osservano parecchie grotte a diverse arcate adibite, forse dai sacerdoti, a depositi d'acqua per uso del tempio. Sulle rovine di questo tempio fu costruito un convento di suore, che si vuole distrutto dai pirati del Barbarossa nell’Agosto 1534, quando fallì il rapimento della bella contessa Giulia Gonzaga. Nel convento sarebbero state uccise una ventina di monache Benedettine e l'edificio dato alle fiamme. Alla località rimase il nome di Casa delle Monache. Al principio del ‘900 il dottor Bruto Amante acquistò quel luogo e vi costruì una villa alla quale dette il nome di Monte Vago. Durante gli scavi delle fondamenta furono trovate molte ossa, che Amante attribuì alle suore uccise nel 1534.

24. GEMELLAGGIO FONDI - DACHAU


Nell’ambito degli incontri che hanno avuto luogo sin dal 1997, tra la Città di Fondi e la Città di Dachau, capoluogo provinciale, si sono sviluppati contatti cordiali e promettenti fondati su una reciproca simpatia e tendenti ad approfondire la conoscenza e la collaborazione reciproca. Nella volontà di ampliare tali contatti, creando un rapporto durevole, intenso e proficuo tra i due Comuni, le due città hanno stipulato nell’Agosto 1998 un contratto di gemellaggio, sottoscritto dal Sindaco di Fondi Onoratino Orticello e dal Borgomastro della città bavarese Kurt Piller. Il legame tra la Baviera e Fondi risale già agli anni ’30 del secolo scorso, quando molti commercianti fondani avevano intessuto i primi rapporti economici con la regione tedesca. A seguito del gemellaggio, la relazione tra Fondi e Dachau si è fatta sempre più intensa ed offre frequenti occasioni e opportunità di contatto, sulla base di visite reciproche, scambi di delegazioni di giovani e anziani, attività comuni, rafforzando il rapporto di amicizia e collaborazione e favorendo la conoscenza della storia, della cultura e delle tradizioni delle rispettive cittadine.